domenica 30 settembre 2018

Dal maestro al fanciullo

Una nuova concezione di infanzia

Un educazione che rispetta i diritti dell'infanzia.
Il XX secolo si apre all'insegna di una grande fiducia nell'educazione e di una nuova e più moderna visione dell'infanzia. Dalla fine dell'Ottocenta in avanti si registrò un  crescendo di interessi e di iniziative per assicurare al fanciullo protezione e insieme a questa, un'educazione più rispettosa dei diritti dell'infanzia. Nel 1902 uscì un libro della scrittrice svedese Ellen Key, che già nel titolo testimoniava la convinzione che si potesse rendere migliore l'umanità ponendo l'infanzia al centro della vita pubblica e privata. Il saggio fu subito tradotto in molte lingue e insieme alle esperienze condotte, fra gli altri, da Maria Montessori e da John Dewey, divenne il testo di riferimento della nuova pedagogia a livello mondiale.
Oggi, forse, non si è più così ottimisti come fu allora Ellen Key. Neppure il  Novecento ha cancellato le ineguaglianze tra bambini ed è ormai chiaro che non tutte le infanzie si equivalgono e che anche nei Paesi del benessere persistono sacche di sofferenza, marginalità, violenza. A questo si aggiunge il fatto che in altre parti del mondo milioni di bambini continuano a morire per la guerra, le malattie, la fame e a essere sfruttati come accadeva ai piccoli inglesi nelle fabbriche di Manchester a metà Ottocento.

Il Novecento è il secolo di pediatria e puericultura.
Senza dubbio il Novecento è tuttavia stato il momento storico in cui i bambini del mondo occidentale sono stati più studiati e curati, il secolo della pediatria e della puericultura, della psicologia infantile, della frequenza generalizzata della scuola, il secolo della Convenzione sui diritti dell'infanzia. I bambini furono meglio seguiti e nutriti e, rispetto al secolo precedente, era  decisamente diminuita la moralità infantile.
La nuova realtà dell'infanzia è documentata dai cambiamenti intervenuti nella vita di tutti i giorni, dapprima nelle famiglie più benestanti e, in un secondo momento, anche negli altri ceti sociali. Nelle abitazioni vennero previsti appositi spazi adeguati alle esigenze dei più giovani, cui era riconosciuto il diritto di disporre di propri arredi, di libri e di giochi specifici adattati secondo le varie età, il sesso, le capacità motorie e i bisogni educativi.

Una scuola meno elitaria.
Si moltiplicarono le scuole che, a loro volta, furono concepite come luoghi creati in funzione dell’infanzia e non locali occasionalmente adatti all’insegnamento.L’abbozzo di sistema scolastico anche ai ceti popolari già delineato nel XIX secolo assunse la caratteristica di un servizio sociale che divenne via via meno elitario, destinato a un numero crescente di alunni che frequentavano la scuola per un tempo sempre più ampio.
Le scuole diventarono più eleganti, spaziose e armoniose; gli arredi e le soluzioni decorative tendevano a rendere piacevole la permanenza nelle aule. Dal banco fisso per più alunni, scomodo e poco adatto alla socializzazione, si passò all’organizzazione flessibile dello spazio, in modo da favorire  la transizione dalle esperienze di gioco a quelle proprie dell’apprendimento formale. Emersero nuove figure professionali che si occupavano di bambini e ragazzi: medici  pediatrici e neiropsichiatrici, psicologi, educatori della prima infanzia ed educatori giovanili arricchirono il quadro degli adulti che si prendevano cura dei minori, oltre ai genitori e agli insegnanti.

La valorizzazione della prima età della vita.
Il punto di svolta alla base di questi cambiamenti è rappresentato da un nuovo modo di intendere l’infanzia. Questa fase della vita di a lungo ritenuta poco significativa, condizionata dalla sua accentuata precarietà fisica e dalla dipendenza dall’adulto. Se l’infanzia non era percepita come un valore in sè, tanto valeva che durasse il meno possibile e fosse perciò accelerato il passaggio all’età adulta.
La concezione novecentesca dell’infanzia si affidò invece al principio - già anticipato da alcuni pedagogisti ed educatori che erano andati controcorrente rispetto alle pratiche educative del loro tempo - secondo il quale era necessario valorizzare la prima età dell’essere umano in quanto sviluppo pieno e disinteressato delle potenzialità infantili, seguendo i ritmi propri della crescita psicofisica, gli interessi e bisogni specifici. Per educare in modo efficace bisognava insomma far leva sulle risorse del fanculiullo, rispettandone l’intrinseca natura. Si diffuse contemporaneamente la convinzione che soltanto chi sperimentava nella sua completezza l’eta infantile avrebbe potuto godere di una piena maturità adulta.

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